Litorale Jonico Cosentino

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San Marco Argentano in Collina

San Marco Argentano è un piccolo comune della provincia di Cosenza, situato sul versante occidentale del Vallo del Crati, posto su un poggio ai piedi della fiancata interna della Catena Paolana.
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San Marco Argentano è di origine normanna, ma è ritenuta l'erede dell'antica Argentanum, città dei Bruzi (IV sec. a.C.) citata da Tito Livio. Il suo nome deriva dal santo patrono del paese San Marco Evangelista, mentre il termine "Argentano", deriverebbe dalla presenza in tempi antichi dell'argento nel fiume Fullone.

Nel paese sono presenti molti importanti ed antichi monumenti del passato, tra i tanti segnaliamo: la Cattedrale e l'Episcopio, di fondazione normanna; il Convento e la Chiesa francescana della Riforma: la torre normanna, l'abbazia della Matina, Fontana di Sicheilgata. Da visitare inoltre il Museo Civico Matrio Morelli, con una sala d’onore dedicata a Guido Reni. Rilevanti testimonianze di epoche passate sono inoltre i mulini ad acqua.

Attualmente l’economia del paese si basa sull’ industria, infatti negli ultimi anni si è molto sviluppata la zona industriale, dove stanno sorgendo molte fabriche, a causa dell'ottima posizione in cui si trova, che ne facilitano il trasporto di merce, grazie alla presenza di strade, autostrade, ferrovie e vicinanza di porti.

San Marco Argentano situato tra le falde meridionali del Massiccio del Pellegrino, e l'inizio della Catena Costiera tirrenica, è il luogo ideale per escursioni naturalistiche. Il paese inoltre è adatto per il turismo termale, grazie alla sua vicinanza con le Terme Luigiane di Guardia Piemontese.
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Santa Sofia d' Epiro in Collina

Un paese lontano da tutto ma vicino alla propria storia

Arrivare a Santa Sofia d'Epiro è come entrare nel cuore dell'enclave italo-albanese insediata in Calabria.
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Questo piccolo paese di appena 3mila abitanti fa parte, infatti, del vasto arcipelago della comunutà albanese (arbëreshë dal nome che questa gente aveva nella propria terra d'origine) che vive nella Regione.

Insieme con altri 54 insediamenti presenti nell'Italia Centro meridionale, contribuisce a una popolazione di quasi 100mila abitanti.

Questa cittadina arbëreshë tra le montagne della Sila è però nata prima della venuta degli albanesi. Santa Sofia fu infatti fondata alla fine del 900 da un gruppo di soldati greci quando questa popolazione, alleata con i saraceni, invase il principato longobardo di Salerno e della Calabria.

Gli abitanti aumentarono fino alla metà del XIV secolo: fu allora che la peste nera uccise gran parte della popolazione di Santa Sofia. Una sorte che spettò anche ad altri paesi vicini.

La storia di Santa Sofia riprende pochi anni dopo. Il vescovo di Bisignano voleva ripopolare le proprie terre e invitò nel 1472 un gruppo di profughi provenienti dall'Epiro (e che vivevano in una zona poco distante) a trasferirsi nella proprietà.
Un nome definitivo per il proprio paese i "sofjoti" lo ottennero con l'Unità d'Italia: per distinguersi dall'omonimo Santa Sodi Forlì, Romagna) ci si ricordò di quegli antichi ripopolatori e si aggiunse la specificazione "d'Epiro". Era il 1863.

Oggi Santa Sofia d'Epiro è un piccolo centro della Calabria in cui l'Albania, terra abbandonata per l'invasione turca, sembra uno sbiadito ricordo. Lontano è l'atteggiamento di chi considerava l'Italia come una dimora temporanea, un passaggio intermedio che avrebbe fatto da preludio al ritorno in patria. Una fede che ha reso rari e malvisti i matrimoni tra arbëreshë e indigeni fino a tempi recenti.

Gli albanesi sono oggi una minoranza etnica e linguistica riconosciuta dalla legge e molto attenta alla salvaguardia delle propria pecularità.
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Scala Coeli in Collina

Centro agricolo della fascia collinare presilana, Scala Coeli sorge a 370 metri di altezza. Dista 19 kilometri da Cariati, cui è collegata dalla S.S. 108 ter (Silana di Cariati).

L'abitato si erge su una rupe dai fianchi profondamente erosi, alla sinistra del torrente Fiumenica.

Non si conoscono con precisione le sue origini storiche. Pare, comunque, che il suo sito sia stato sede d'insediamento umano fin da epoca remota; esso ha l'aspetto di una fortezza naturale inaccessibile e dista in linea d'aria dalla costa solo 8 kilometri.

Sopra un colle murato, con due porte, cinto da rupi e grotte: così appare a Vincenzo Padula il paese di Scala Coeli nel secolo scorso. Scala Coeli fu casale di Cariati e ne seguì le vicende feudali fino al 1678, quando passò ai Cossinelli che lo tennero fino al 1754. Per successione femminile passò poi ai Vitilio (1754-1768), dai quali ne fecero acquisto i Bonanno Parisani, che ne furono baroni fino all'eversione della feudalità (1806). Nel 1807 i Francesi ne fecero un luogo nel Governo di Cariati. Nel 1816 le fu aggregata la frazione di San Morello. Dal punto di vista religioso-amministrativo Scala Coeli ha fatto parte della Diocesi di Cariati fin dall'anno in cui questa venne fondata (1437) e ne ha seguito le sorti fino alle ultime vicende (la nascita, nel 1987, della nuova diocesi di Rossano-Cariati).

Da Vedere.
La parte antica del paese, con le sue strette e ripide stradine e le vecchie case addossate una sull'altra, a forma di scala (da qui, forse, deriva il nome del paese), ha un suo fascino e merita di essere visitata.
Tra i beni storico-monumentali si segnalano gli avanzi (mura, bastioni, alta torre cilindrica) di un Castello medievale baronale 
la seicentesca Chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria Assunta, opera di maestranze locali e con interno decorato a stucchi.
Di notevole valore artistico il bel pulpito ligneo cinquecentesco conservato nella suddetta Chiesa parrocchiale.


Valori storico ambientali.
Santuario Madonna del Carmelo,
Chiesa S Maria Assunta,
Chiesa S Antonio da Padova.
Castello.
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Terranova da Sibari in Collina

Terranova da Sibari è situato tra il fiume Crati e le estreme propaggini della Sila greca. Una passeggiata sul territorio terranovese ripaga la vista desiderosa di bellezza. E' un terrazzo naturale dall'incredibile panorama. Sotto gli occhi, infatti, si stende gran parte della Piana di Sibari. Filari di agrumeti e di ulivi secolari.
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La tradizione storica afferma che Terranova possa essere stata fondata (tra il VI e il VII secolo d. C.) dai profughi della città panellenica di Thurium (a sua volta originata, per volere di Pericle, dagli abitanti della distrutta Sibari), piegata dai Longobardi e dalla malaria.

Non si sa con certezza se il primo insediamento sia sorto sullo stesso luogo del preesistente abitato o su un sito più sicuro.
E' probabile, comunque, che il borgo abbia iniziato a prendere fisionomia in periodo bizantino per assumere carattere di stabilità soltanto dopo il mille, epoca in cui venne edificato il castello che chiudeva il sistema difensivo garantito anche dalla cintura muraria.
La cittadina assunse la denominazione Terranova da Sibari dopo l'Unità d'Italia.
Il toponimo, accettando l'ipotesi storica della sua origine, evoca le due progenitrici Turio (Terranova potrebbe derivare da Thurium novum, cioè la "nuova Turio") e Sibari.
Precedentemente si chiamò Terranova del Vallo e Terranova di Calabria Citra.
Il borgo fu sede di diocesi, poi soppressa in epoca normanna (potrebbe esserci stata una continuità con l'antico titolo vescovile turino).
Seguì le vicende feudali di Tarsia di cui era pertinenza. Fu, dunque, dei Tarsia, dei Ruffo, di Maso Barrese, dei Sanseverino e, dal 1619 fino all'anno dell'eversione della feudalità, degli Spinelli.
Nel 1799 il centro fu assegnato al cantone di Acri e nel 1807 divenne università nel cosiddetto governo di Spezzano Albanese.
Istituito Comune nel 1811, fu trasferito nel circondario di Spezzano di Tarsia.
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Vaccarizzo Albanese in Collina


Il paesino è situato sul versante settentrionale della Sila Greca alle pendici della Serra Crista d’Acri, dove si estende su una superficie di 8,5 km².
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Arroccato su una collina a 435 m. sul livello del mare, Vaccarizzo, si affaccia sulla Piana di Sibari e sul Mar Jonio e confina con i Comuni di Acri, San Giorgio Albanese e San Cosmo Albanese. In questa suggestiva cornice, con la sua posizione geografica e le sue risorse naturali, Vaccarizzo, offre ai visitatori un maestoso panorama.

Vaccarizzo Albanese fu fondato intorno al 1470, dopo la morte dell’eroe nazionale albanese G. C. Skanderbeg (1468) e l’avanzata turca nella penisola balcanica, da gruppi di profughi che si stanziarono sulle colline della Pre-Sila Greca, fondando tra gli altri anche i casali di San Demetrio Corone, Macchia, San Giorgio Albanese, San Cosmo Albanese, Santa Sofia d’Epiro e Spezzano Albanese.
Nel XVI secolo, il luogo, in cui è situato oggi il paese, faceva parte del feudo dei Principi Sanseverino. Nel XVII secolo il feudo passò nelle mani del Duca di Corigliano e si estendeva dal Cino al Crati dalle colline sopra Vaccarizzo e San Giorgio fino al Mar Jonio.
Il primo insediamento avvenne nel luogo ove oggi sono situati i ruderi della antica Cappella di San Nicola risalente al XIII sec. e poi nel luogo oggi detto “Chiesa Nuova” qui insieme agli abitanti di San Cosmo formarono un unico villaggio. Nel 1509 i due gruppi si separarono dando origine ai casali di Vaccarizzo e di San Cosmo. L’attuale sede sorse attorno alla Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, costruita nel 1669, cosi come le prime case in muratura. Dopo essere vissuti, per tanto tempo, in capanne di frasche, che spesso avevano dato alle fiamme per non essere censiti dai numeratori fiscali, i profughi, infatti, decisero di stabilirsi qui definitivamente. I rigori della feudalità si instaurarono, dunque, a Vaccarizzo da tre diverse Signorie: la Signoria dei Principi Sanseverino di Bisignano, la Signoria della Badia di S. Adriano di San Demetrio, ed infine la Signoria dei Saluzzo-Doria di Corigliano Calabro, sotto la cui giurisdizione toccò a Vaccarizzo passare l’ultimo prolungato periodo di soggezione, fino alla nascita del Comune con l’eversione della feudalità tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.
Nel 1863 al nome Vaccarizzo fu aggiunto la specificazione “Albanese”.



Da Vedere.

Museo del Costume e degli Ori Arbëreshë.
A Palazzo Cumano, uno dei più antichi del paese, ha oggi sede, il Museo del Costume e degli Ori Arbëreshë, istituita dall’Amministrazione Comunale di Vaccarizzo Albanese e da Papàs Giuseppe Faraco, nel 1984. Il palazzo ospita, nelle ampie sale ristrutturate, l’esposizione permanente degli splendidi costumi di gala, di mezza gala e giornalieri, di numerose comunità Arbëreshe. Oltre al costume di Vaccarizzo si possono, infatti, ammirare quello di Frascineto, Farneta, San Demetrio Corone, Piana degli Albanesi, Santa Sofia d’Epiro e Spezzano Albanese.


Santa Maria di Costantinopoli



Manifestazioni, feste e sagre.

GENNAIO/FEBBRAIO - ---Commemorazione dei Defunti
Si tiene il sabato 15 giorni prima dell’inizio della Quaresima. È una ricorrenza religiosa, ricca di significati, tra le più sentite presso tutte le comunità arbëreshe. La giornata termina poi, con un banchetto, riservato a comitive di soli uomini, dove si è soliti consumare vino e il tradizionale piatto di pasta e ceci in suffragio delle anime dei defunti.


MARZO Giorno 19 - San Giuseppe
Liturgia al mattino seguita dalla processione della statua del Santo accompagnata dai fedeli, per le vie del paese.



MARZO / APRILE - La Grande e Santa Settimana
Dal Lunedì al Mercoledì Santo si celebra l’Ufficiatura del Cristo Sposo. Il Giovedì Santo, al mattino, Liturgia di San Basilio il Grande con la suggestiva cerimonia della Lavanda dei Piedi. La sera proclamazione dei dodici brani dei Vangeli, Innalzamento della Croce e Incontro tra Cristo morto e l’Addolorata. Segue la tradizionale “Kalimera della Passione” e la veglia notturna. Il Grande e Santo Venerdì inizia con la recita delle Grandi Ore e si conclude con la Via Crucis. Il Sabato Santo, al mattino, Liturgia di San Basilio il Grande con il preannuncio della Resurrezione di Cristo. A mezzanotte viene accesso un grande falò allestito in piazza dai ragazzi del paese cui segue la suggestiva cerimonia del “Kristòs Anesti!” “Cristo è Risorto!”.


APRILE - La domenica successiva al giorno 5 – San Vincenzo.
Liturgia al mattino seguita dalla processione della statua del Santo accompagnata dai fedeli, per le vie del paese e delle contrade. La sera del sabato fuochi d’artificio.


APRILE - Ultima domenica del mese – San Francesco di Paola
Liturgia al mattino seguita nel pomeriggio dalla processione della statua del Santo accompagnata dai fedeli per le vie del paese.
La sera del sabato fuochi d’artificio e falò allestiti da ogni vicinato e accesi al passaggio della banda musicale che percorre in processione le vie del paese. Attorno ad essi si organizzano veri e propri banchetti che si protraggono fino all’alba.

LUGLIO - Ultima domenica del mese – San Francesco di Paola
Festa nata poco più di vent’anni fa e voluta dalle famiglie emigrate all’estero che rientrano in questo periodo. Liturgia al mattino seguita nel pomeriggio dalla processione della statua del Santo accompagnata dai fedeli per le vie del paese. A fine serata spettacolo musicale in piazza.


AGOSTO - Giorno 15 – Assunzione S.V.
Festa ripresa da qualche anno per iniziativa del locale “Comitato Parrocchiale”. Liturgia al mattino seguita nel tardo pomeriggio dalla processione con fiaccole della statua della Madonna accompagnata dai fedeli per le vie del paese. La sera in piazza grande festa con dolci e piatti tradizionali.


OTTOBRE - La seconda domenica del mese – Madonna del Rosario
Questa festa apriva il periodo della semina, i massari, infatti, il giorno dopo la festa lasciavano il paese per raggiungere i campi.
Alla Madonna del Rosario sono dedicate la prima e la seconda domenica del mese.
Nel pomeriggio della prima domenica in chiesa si canta in lingua la tradizionale “Kalimera e Shën Mërisë së Rruzarit”
La seconda domenica del mese Liturgia all’alba, alle ore 8.00 e alle ore 10.00 seguita poi, dalla processione della statua della Madonna accompagnata dai fedeli per le vie del paese.
La sera del giorno precedente la festa, fuochi d’artificio.
Si prepara, inoltre, in questa occasione una tipica minestra di cavoli e carne “Lakret” .


NOVEMBRE - La domenica successiva al giorno 21 - Madonna di Costantinopoli

La festa della Madonna di Costantinopoli, chiamata “Shën Mëria Menxasporisë”, chiudeva il periodo utile per la semina, infatti, per questa festa i massari rientravano in paese.
Liturgia al mattino seguita dalla processione della statua della Madonna accompagnata dai fedeli per le vie del paese.


DICEMBRE - Giorno 13 – Santa Lucia
Liturgia al mattino seguita dalla processione della statua della Madonna accompagnata dai fedeli, per le vie del paese.
Nel pomeriggio in chiesa, canto in lingua della tradizionale “Kalimera e Shën Lluçisë” . La sera del giorno precedente la festa, spettacolari fuochi d’artificio.


AGOSTO - Sagra del Costume Arbëresh

Nei due giorni di festa si può assistere a convegni, mostre e sfilate dei tradizionali costumi provenienti da numerose comunità arbëreshe. Inoltre, in serata esecuzione di balli e canti tradizionali da parte dei gruppi presenti e degustazione di piatti e dolci tipici.


APRILE/MAGGIO - Sagra dei Vini Arbëreshë
concorso dei vini tipici locali.
È un occasione per gustare i vini arbëresh provenienti dalle diverse comunità dell’Arbëria.
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San Giorgio Albanese in Collina

Piccolo paesino del litorale jonico cosentino, le cui origini sono da attribuirsi ad alcuni profughi albanesi rifugiatisi in questa zona, nel corso del '400, probabilmente per la presenza di monasteri bizantini molto vicini tra di loro.
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Il paese conserva la cultura greco-albanese, e nel centro storico ospita chiese, palazzi monumentali che custodiscono preziose testimonianze di un passato glorioso.
Passeggiando nel centro abitato, che si estende su i due colli Cherubini e Falcone, è possibile ammirare, tra le stradine strette e tortuose, palazzi nobiliari con portali in pietra calcarea provenienti dalle cave Poderà e, presso korroveshi, si può ammirare la prima casa del paese costruita verso la metà del 1500 con malta, piccole pietre calcaree, calce e pezzi di mattone e tufo.
San Giorgio Albanese è ricco di edifici religiosi, i più importanti sono: la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, la Chiesa parrocchiale di S. Giorgio Megalomartire, la Chiesa Parrocchiale SS. Pietro e Paolo,
Passegiando per il centro storico possiamo ammirare alcuni palazzi nobiliari con portali decorati che caratterizzano le viuzze. Tra i tanti palazzi nobiliari citiamo Palazzo Dramis, Palazzo De Rada, Palazzo Tocci Nicola, Palazzo Tocci Vincenzo, Palazzo Tocci Agostino.
Da ammirare inoltre l’Arco della Pace, il Busto bronzeo di Giuseppe Serembe, il Monumento ai Caduti, il Monumento al Lavoro, il Ponte Vecchio.


Manifestazioni, feste e sagre.
A San Giorgio Albanese si svolgono ogni anno molte manifestazioni, feste e sagre, che vivificano le vie del paese e offrendo ai visitatori l’opportunità di conoscere usi e costumi ed i sapori di questa terra. Segnaliamo la festa della Madonna del “Buon Consiglio”, che si svolge la seconda domenica di agosto; la festa del Santo Patrono San Giorgio Megalomartire che si svolge il 23 aprile.
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San Demetrio Corone in Collina

Situato a 521 metri di altitudine, sulle pendici Nord-occidentali della Sila Greca.
Le origini di San Demetrio Corone sono antichissime ed è stato il più importante centro culturale delle colonie albanesi d’Italia.
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Monumento principale di San Demetrio Corone è la Chiesa di S. Adriano, costruita nell’ XI secolo, che al suo interno possiede importanti elementi architettonici di epoca normanna tra i quali spicca la splendida pavimentazione a mosaico policromo, risalente all’XI secolo.
Poco distante la chiesa possiamo visitare il palazzo del Collegio italo-albanese, istituito con bolla pontificia nel 1732.
Da visitare inoltre la Chiesa di San Demetrio Megalomartire o Chiesa Madre; la Grotta di San Nilo, con affreschi, luogo di ritiro per la preghiera di San Nilo da Rossano del X secolo; i quattro mulini ad acqua che conservano ancora oggi il canale conduttore.

Nel centro abitato di San Demetrio Corone alcune famiglie continuano il rito dell’abbigliamento tradizionale albanese, utilizzato in precedenza durante ricorrenze importanti.

Da San Demetrio Corone è inoltre possibile fare escursioni naturalistiche nel Parco Nazionale della Sila.
L’ economia di San Demetrio Corone si basa principalmente sull’ agricoltura, caratterizzazata dalla coltivazione dell’ulivo e delle viti, e l’allevamento infatti vi è un salumificio ove è possibile acquistare insaccati italoalbanesi.
Inoltre il paesino è rinominato per i tipici dolci di antiche ricette albanesi.
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San Cosmo Albanese in Collina

San Cosmo Albanese (in albanese, Strigàri) sorge su una collina posta tra la Sila e la Piana di Sibari.
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I profughi albanesi, qui giunti dopo la morte di Skanderbeg (1468), vennero accolti nel feudo della Badia di S. Adriano e condivisero nei secoli seguenti la sorte delle altre due comunità alloglotte di San Demetrio Corone e Macchia Albanese. Notevole l'apporto dei sancosmitani alle lotte risorgimentali. Fra i cittadini illustri citiamo Guglielmo Tocci (1827-1916), patriota e deputato, Giuseppe Serembe (1844-1901), spirito errabondo e lirico ispirato, e Terenzio Tocci (1880-1945), pubblicista e uomo politico. La comunità conserva la lingua albanese e un ricco patrimonio culturale che si esprime in quella lingua. Lo splendido costume femminile è ormai usato solo nelle cerimonie. Un'altra caratteristica è il rito bizantino che nelle funzioni religiose fa rivivere il fascino dell'Oriente. Particolarmente commovente la processione del Venerdì Santo. Il santuario dei SS. Cosma e Damiano è meta di pellerinaggi provenienti da tutta la provincia, soprattutto in occasione delle feste di settembre (25-28) e di novembre (seconda domenica). Da qualche anno a S. Cosmo si svolge alla fine di luglio un motoraduno a carattere nazionale.
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Lungro in Collina

Centro albanese dove sono vivissime le tradizioni ed i costumi arbëreshe. Nella cattedrale, intitolata a San Nicola di Mira, sede di un'eparchia di rito greco e dominata da una grandiosa iconostasi, si celebrano solenni funzioni bizantine in lingua albanese e greca.
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Lungro alla metà del sec. XV era un casale abitato da italiani, che si era sviluppato intorno al monastero Basiliano nelle terre donate in vassallaggio nel 1156 dal feudatario Ogerio del Vasto di Altomonte.
Gli albanesi popolarono il casale intorno al 1486 e furono accolti dall'Abate Paolo della Porta con il benestare del principe di Bisignano, Geronimo Sanseverino.
Nell'anno1525 i Basiliani abbandonarono il monastero che si trasformò in Commenda a disposizione del Pontefice e i Lungresi seppero resistere ad ogni tentativo di giurisdizione civile e politica dei feudatari.
Nel 1768 gli albanesi di Lungro tenacemente intrapresero la difesa del proprio rito liturgico greco -bizantino per dare continuità alla Religione come elemento unificante.
Infatti gli albanesi provenienti dal sud dell'Albania, dall'Epiro e dalla Grecia, erano sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli, per anni grazie anche all'opera della Chiesa hanno continuato a mantenere il proprio rito come elemento della propria identità.
Religione Cattolica perché unita a Roma, greco-bizantino per l'unione con l'Oriente e il credo nella teologia, spirituale e disciplina degli orientali ortodossi, separati da Roma.

Oggi Lungro, è considerata la capitale religiosa degli italo-albanesi,sede dell'Eparchia di rito greco-bizantino che continua la tradizione dell'identità religiosa,linguistica e culturale.
La diocesi venne creata il 13 febbraio del 1911 dal Papa Benedetto XV e il primo vescovo fu Giovanni Mele.

L'abitato è posto alle pendici del monte Petrosa che fa parte dell'altopiano di Campolongo. Confina ad est con il territorio del comune di Saracena, a sud con quelli di Firmo e Altomonte, a nord-ovest con il territorio di Acquaformosa.Il territorio è prevalentemente montagnoso verso nord, con boschi di faggio e castagno, media collina a sud con vigneti e colture miste a rotazione.


Zone di particolare interesse paesaggistico si trovano in alta montagna, come il "Piano del Minatore" e la "Valle di Campolongo", ricoperte da una fitta vegetazione costituita principalmente da essenze di faggio. Rappresentano punti di riferimento per gli amanti della natura.


Tra le opere di interesse storico artistico si segnalano:
Chiesa di S. Nicola di Mira, costruita alla fine del XVII secolo, Cattedrale dell'Eparchia di Lungro, ha pianta a croce latina e facciata caratterizzata da tre portali separati da coppie di lesene. Allinterno presenta pregevoli iconostasi e pitture bizantine;
La piccola Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, di rito greco-ortodosso. Nel suo interno si trova un pregevole soffitto ligneo a cassettoni del primo seicento ed un ciclo di affreschi.


Da vedere:
- una delle più antiche miniere d'Italia, un giacimento di salgemma di origini antichissime, sfruttato fin dal tempo dei Romani.
L'accesso all'intricato sistema sotterraneo di gallerie è interdetto ai visitatori. Chi dovesse però riuscire ad ottenere il permesso alla visita vivrebbe una delle esperienze più suggestiva tra i cristalli di salgemma, nelle sale, nei cunicoli, tra laghetti sotterranei.
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Cropalati in Collina

Centro agricolo della fascia collinare presilana, nella bassa Valle del Trionto, Cropalati sorge a 367 metri sul livello del mare.
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II nome del paese e' di evidente derivazione bizantina, riferendosi etimologicamente ad un «Kouropalates», o in segno di onore verso l'imperatore di questo nome (Michele Curopalatis), o molto piu probabilmente perche' la terra venne data in feudo ad un funzionario di questo nome, che rivestiva a Rossano un importante ufficio.
L'agglomerazione urbana di Cropalati sorse intorno a un castello feudale agli inizi del XIV secolo. Di questo castello avanzano tuttora dei ruderi nella parte alta del paese.
Gia' pertinenza dello Stato di Rossano, Cropalati appartenne ai d'Aragona Montalto (1507-1600), ai Badolato (1600-1617) che vi ebbero incardinato il titolo di Marchese. Ritornato nel 1617 nuovamente nello Stato di Rossano, vi rimase fino al 1806.
In base all'ordinamento amministrativo disposto dal Generale Championnet nel 1799, fu incluso nel Cantone di Cirò. Nel 1807 divenne un «luogo» del «Governo di Cariati». ll 4/5/1811 veniva elevato a capoluogo di Circondario, comprendente anche i comuni di Paludi, Calopezzati, Crosia e Caloveto. Da ricordare che Cropalati diede i natali al Beato Bernardino Otranto, che fu confessore di S. Francesco di Paola.

Da Vedere
Sorgente di acqua sulfurea fredda;
ruderi del castello medioevale,
la chiesa del SS. del Rosario con tela raffigurante l'ECCE HOMO.

Oltre ai ruderi del sopracitato Castello medievale, a Cropalati c'e' da vedere
la Chiesa del SS. Rosario, in cui si conserva una tela settecentesca raffigurante l'«Hecce homo»,
la Chiesa Madre, dedicata a S. Maria Assunta e posta al centro del paese.
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Corigliano Calabro in Collina

Ridente cittadina, famosa per le clementine che arrivano sulle tavole italiane ed estere.
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Corigliano.
Affacciata sul versante ionico, la cittadina sorge su un colle con un fitto accumulo di case a gradinata che culmina alla sommità con l'imponente castello ducale del XII secolo, uno dei meglio conservati della regione.
Le origini di Corigliano sarebbero da riportare all'epoca dell'incursione araba del 977 da parte dell'emiro di Palermo, al Quasim, quando alcuni abitanti della Terra di Aghios Mavros (San Mauro, nei pressi dell'attuale frazione di Cantinella) si spostarono in luoghi più elevati, determinando lo sviluppo del piccolo villaggio di Corellianum (il cui nome indicherebbe un "podere di Corellio") sul colle secoli dopo denominato delli Serraturi (nome derivato dalla concentrazione nella zona di un consistente numero di segantini: la denominazione è stata successivamente adeguata all'italiano nella forma "Serratore").Dopo la conquista normanna, a Roberto il Guiscardo viene attribuita nel 1073 la fondazione di un castello, con annessa chiesa dedicata a San Pietro. La città si sviluppa progressivamente intorno al castello e alle chiese di "Santoro" e di "Santa Maria".

Durante il XIV secolo vi era stata accolta una comunità ebraica e nella località "Pendino" venne costruito il monastero francescano.
Nel XIV secolo fu sotto il dominio dei conti di Sangineto per passare in seguito ai Sanseverino. Un arresto dello sviluppo si ebbe nel XV secolo, a causa del continuo stato di guerra tra Angioini e Aragonesi.
Nel 1532 il numero degli abitanti era cresciuto quasi a 4.000 e nel 1538 la città riuscì a respingere l'attacco del pirata saraceno Barbarossa.
Nel 1616, per ripianare i debiti lasciati dal Sanseverino, il governo dispose la vendita dei suoi beni feudali e tra questi Corigliano, che fu acquistato da Agostino e Giovan Filippo Saluzzo, ricchi finanzieri impegnati nelle attività economiche del Regno di Napoli.
Durante il XVII secolo i Saluzzo non riuscirono a fermare la progressiva decadenza economica: molte delle terre della pianura erano state abbandonate ed erano divenute paludose, provocando un'accentuazione della malaria, a cui si aggiunse un'epidemia di peste nel 1656.
Nel XVIII secolo si ebbe un miglioramento delle condizioni, grazie alle opere di bonifica intraprese dai duchi e alla produzione della liquirizia.
Nel 1863 Corigliano prese la denominazione di "Corigliano Calabro" per evitare la confusione con Corigliano d'Otranto.

Tra i vari monumenti vanno ricordati:
Castello ducale, si è ipotizzata la sua edificazione da parte di Roberto il Guiscardo intorno al 1073 come postazione militare. Alla metà XIV secolo fu trasformato come residenza nobiliare dal conte di Corigliano Roberto Sanseverino.
Chiesa del Carmine, dedicata alla Santissima Annunziata, fu consacrata nel 1493 presso il convento dei Carmelitani. Presenta affreschi cinquecenteschi sulla facciata. L'interno a tre navate conserva sulla volta della navata centrale tre affreschi di Domenico Oranges del 1744.
Chiesa di Sant'Antonio, costruita con l'annesso convento francescano nella prima metà del XV secolo e trasformata nel 1740, presenta una cupola rivestita di maioliche gialle e azzurre e una porta in bronzo dello scultore Carmine Cianci (1982).
Chiesa collegiata di San Pietro, di fondazione precedente al XV secolo, conserva dipinti settecenteschi.
Chiesa della Riforma, consacrata nel 1686 a Santa Maria di Costantinopoli. L'interno presenta un'unica navata con quattro cappelle a destra. Conserva un Crocifisso seicentesco attribuito a frate Umile Pintorno da Pietralia. Nella sacrestia si conserva il dipinto della Madonna di Costantinopoli di Luigi Medolla.
Chiesa di Santa Chiara o "delle Monachelle", edificata tra il 1757 e il 1762 su una piccola chiesa precedente. L'interno con unica navata conserva una tela di Nicola Domenico Menzele del 1762 (San Michele Arcangelo) e un organo del 1735. Sulla volta della navata un dipinto di Pietro Costantini con Santa Chiara e suore di clausura che difendono il Santissimo (1762).
Chiesa matrice di Santa Maria Maggiore, risalente al X secolo. L'interno conserva una tela seicentesca attribuita al pittore Cesare Fracanzano, un ciclo pittorico settecentesco del pittore Pietro Costantini da Serra San Bruno e un grande organo del 1757. Il coro in legno intagliato nell'ultimo quarto del Settecento si deve all'ebanista Agostino Fusco di Morano Calabro, mentre nella sacrestia, con arredi lignei intagliati e dorati, è conservato uno dei più ricchi e antichi archivi ecclesiastici della città.
Chiesa di San Francesco di Paola, costruita nel XVI secolo. L'interno a navata unica conserva un pregevole coro ligneo del 1776 (di Pasquale Pelusio) e sulla parete di fondo del presbiterio un dipinto di Felice Vitale da Maratea, con il Trionfo del nome di Gesù (forse 1584) e al di sopra di quest'ultimo una Santissima Trinità attribuita a Pietro Negroni.
Romitorio di San Francesco, piccola chiesa costruita a ricordo della permanenza di San Francesco di Paola in una capanna durante la sua visita a Corigliano nel 1476-1478. Conserva affreschi seicenteschi.
Chiesa di Sant'Anna o di Santa Maria di Loreto, fondata nel 1582 presso l'annesso convento dei Cappuccini. Conserva sull'altar maggiore un polittico di Ippolito Borghese del 1607.
La parrocchia di San Mauro, che dipende dalla diocesi di Lungro e vi si celebra con il rito greco per la comunità degli Italo-albanesi.
Porta di Prando (anche Brandi o Librandi), unico esempio parzialmente integro di porta civica praticata nella cinta fortificata che cingeva il paese. Su di essa fu edificato nel cinquecento il Palazzo Leonardis, poi Morgia e infine posseduto dai Malavolti.
Castello di San Mauro, edificato nel 1515 nella pianura in corrispondenza del monastero greco bizantino di San Mauro ad opera dei Sanseverino, ed abbellito per ospitare,nel novembre del 1535, Carlo V reduce dalla campagna di Tunisi.
Ponte Canale, edificato nel 1480 per l'acquedotto, costituito da due serie di arcate di mattoni sovrapposte. Secondo la tradizione fu costruito per impulso di san Francesco di Paola.
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Cassano allo Ionio in Collina

Cassano allo Ionio, meraviglioso paese della provincia di Cosenza, situato nella fascia pedemontana che separa il Pollino dalla Piana di Sibari, è uno dei più grossi paesi dell'entroterra ionico.
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Cassano si presenta ai visitatori nella sua immensa bellezza con il suo bellissimo centro storico segnato dall'antichità. Le sagre e le feste che si organizzano, in ogni periodo dell'anno, danno vita alle strade della città e permettono ai turisti di conoscere ed apprezzare questa terra.

Le origini di Cassano allo Ionio risalgono a tempi remoti.
La città grazie alla sua posizione strategicaè sempre stato uno dei più importanti centri economici e commerciali della zona.
Passeggiando per le vie del centro storico, si possono ammirare meravigliosi palazzi nobiliari, numerose chiese, monumenti di epoca antica, qualche vecchia bottega artigiana che fa rivivere al visitatore un emozionante ritorno al passato.
Si possono cogliere, inoltre, atmosfere e suggestioni ormai scomparse altrove dove le stradine mostrano tracce del tipico selciato in pietra, i caratteristici angoli si alternano ad

improvvisi squarci che lasciano intravedere il verde della pianura e il blu del mare.
Nel centro della città si può vedere una delle più straordinarie bellezze, i ruderi della "Pietra del Castello".

Cassano allo Ionio grazie alla ricchezza del suo patrimonio artistico ed agli incantevoli paesaggi è il luogo ideale per chi vuole trascorrere delle eccezionali giornate in allegria e spensieratezza. La sua collocazione a breve distanza, sia dalla montagna sia dal mare, permette di godere a pieno il piacere di una meravigliosa vacanza


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Caloveto in Collina

Il paese nasce nel IX secolo, quando alcuni monaci basiliani scavarono alcune grotte nel tufo, dove fondarono il loro monastero.
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Nei secoli successivi, intorno al monastero venne a crearsi l'odieno borgo, divenuto ufficialmente comune nel 1934.

Il patrono è san Giovanni Calibyta, festeggiato nell'ultima domenica di maggio.

Da Visitare 
A Caloveto è possibile visitare le grotte artificiali in cui si stabilirono i monaci nel IX secolo e il monastero che vi costruirono.

Nel paese si trovano anche alcune chiese, come la Chiesa Madre e la Chiesa del Carmine.


Da non dimenticare la visita al Museo di Arte Sacra, che espone arredi ed oggetti sacri dal XVII al XIX secolo.
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Rocca Imperiale in Collina

Il centro storico di Rocca Imperiale è edificato sulla convessità orientale del pendio, a meno di 200 metri di altitudine, ha le case disposte a gradinata ai piedi della fortezza che gli diede il nome, e ristretto com’è su un’area pressoché inampliabile, con i suoi viottoli,  le ripide salite di accesso alla sommità, il campanile vetusto e la severa mole delle costruzioni militari, conserva l’aspetto di un borgo medievale non sostanzialmente mutato da qual era nei secoli decorsi.
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Finestre e veroni spaziano sulla calma distesa dello Jonio e, dalle eminenze del castello, il panorama costiero si rappresenta bello e suggestivo.
A destra e alle spalle, con vario susseguirsi di declivi, di ondulazioni e di avvallamenti, si elevano i monti; ma sfuma a sinistra l’orizzonte sulle alture salentine ingemmate di ville e d’incolati e, nello spazio interposto, sul piano ammantato di verde, ecco delinearsi le zone archeologiche di Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto, culle della prima civiltà Italica.
Al tempo delle “polis” questo fertilissimo lembo della Magna Grecia veniva posto da Archiloco e da Erotodo come termine di paragone alle più desiderabili contrade del globo; poi le lotte per l’egemonia locale, fra i centri Italioti, e l’invidia di favolose ricchezze, vi apportarono quei lutti e quelle distruzioni che le guerre di Pirro, di Annibale, di Spartaco e dei Goti resero definitive ed irrimediabili. Sparirono così le tracce delle “città – stato” ioniche ed achee e, uniche superstiti di un’era remota e fastosa, rimasero le colonne del tempio metapontino di Dioscuri.

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Montegiordano in Collina

MONTEGIORDANO- IL PAESE DEI MURALES.
Il primo nucleo abitativo di cui si ha traccia risale al IV secolo a.C. Abbiamo quindi tracce di Montegiordano già in età ellenistica. Sul pianoro di Menzinara sono stati ritrovati i resti di una fattoria ellenistico-romana, datata dalla seconda metà del IV secolo a.C. ai primi del III secolo a.C. 
Ma il territorio montegiordanese, doveva essere frequentato già dal VI secolo a. C. Lo storiografo dell’alto Ionio, Giorgio Toscano, nato ad Oriolo nel 1630, nella sua Cronaca narra, infatti, che Pitagora di Samo, durante i suoi spostamenti tra Crotone e Taranto, fosse solito riposarsi e ristorarsi a Montegiordano, nella località Castello. L’attuale paese di Montegiordano risulterebbe fondato fra il 1645 e 1649. La comunità però, aveva origini più antiche e viveva a Piano delle Rose a 3 km dal mare (contrada Mandrone) proprio sopra il pianoro di Menzinara. Purtroppo, gli abitanti, a causa delle frequenti incursioni turche, di cui erano facile bersaglio per la vicinanza al mare, furono costretti ad abbandonare l'antica patria dove già allora sorgeva il vecchio castello di Montegiordano, di cui non si hanno notizie precise e attendibili perché distrutto dalle continue razzie turche. Essi si ritirarono nell'interno, rifugiandosi ad Oriolo e nei paesi vicini. La vecchia patria non fu mai dimenticata e nel 1649, il feudatario Alessandro Pignone del Carretto, Marchese di Oriolo, soddisfatto delle buone rendite che già gli venivano da Alessandria del Carretto, concesse a un gruppo di pastori e di agricoltori il terreno di Calopardo per 20 ducati all'anno. Qui, in ricordo della vecchia patria, edificarono la nuova con il nome di Montegiordano. (Secondo la storia popolare, invece, il nome pare lo avesse dato un prete di nome Giordano). La comunità insediatasi nel nuovo territorio comincia a lavorare alacremente vivendo dei prodotti che traeva dalla terra. Il marchese Pignone del Carretto si dimostrò un ottimo amministratore che lasciò vivere tranquilla la nuova comunità e gli diede la possibilità di crescere e progredire. Nel 1747 questa comunità fu soggetta al barone Giuseppe de Martino, non di nobili origini ma investito del titolo per meriti di guerra. Solo nell'agosto del 1807 venne abolita la legge feudale e a frazionare il territorio di Montegiordano venne un funzionario da Roma di nome Giovanni Gentile. 

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ARCHEOLOGIA
In località Menzinara (m. 99 s.l.m.), che sorge sulla cima di una collina isolata ai lati da corsi d’acqua e domina un ampio tratto del litorale ionico, negli anni 1980/81 si è effettuato un vero e proprio scavo archeologico che ha portato alla luce una fattoria lucana utilizzata per tutta la seconda metà del IV secolo a.C. L’edificio scavato aveva forma quadrata di m 22 per lato, con sette grandi vani di varia ampiezza disposti attorno ad un cortile centrale scoperto collegato con l’esterno mediante un largo corridoio ad L; l’ingresso era nell’angolo sud-ovest. L’edificio è costruito con ciottoli di fiume uniti a secco, che compongono lo zoccolo delle pareti; l’alzato era in mattoni crudi; la copertura era di tegole piane e coppi. Sul lato occidentale del cortile le tegole di gronda erano decorate con teste di leone. Sul lato sud-ovest, probabilmente, si elevava un piano rialzato, al quale si accedeva mediante una scala di legno. Per quanto riguarda la destinazione degli ambienti si può individuare, sul lato orientale, una cantina o vano destinato alla lavorazione e conservazione delle derrate alimentari; vi sono stati ritrovati, infatti, una pressa quadrangolare in arenaria, frammenti di pithoi fittili e di anfore ad impasto. Sul lato settentrionale era identificabile, nel vano centrale affiancato da due vani minori, la cucina. E’, infatti, evidente la presenza di un focolare nell’angolo sud-ovest, oltre ad un’alta percentuale di frammenti di vasellame da mensa ad impasto e a vernice nera, ad utensili in ferro quali alari di camino e lame di coltelli vari. Pesi da telaio (circa 85) e un louterion fittile con sostegno completavano l’arredo. Nel vano nord-ovest, anch’esso comunicante con la cucina e fornito di focolare, sono state rinvenute, oltre al vasellame alcune statuette fittili (figure femminili in trono). Il vano di forma rettangolare, sul lato sud-ovest, doveva essere un ambiente di “rappresentanza”; era, infatti, rivestito di intonaco biancastro e, al suo interno, 
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sono stati ritrovati due louteria fittili su sostegno decorati ad impressione, frammenti di un cratere a figure rosse, una grande quantità di ceramica a vernice nera (piatti, coppette e skyphoi) e recipienti ad impasto (teglie e bacili). Abbandonato nel cortile, in prossimità della cucina, è stato ritrovato un piccolo ripostiglio monetale composto da 12 pezzi (3 argenti di Crotone ed Eraclea e 9 bronzi di Metaponto).All’esterno, inoltre, erano presenti fornaci per la cottura di recipienti ceramici. Sembra evidente che la struttura fosse abitata da una famiglia di agricoltori dediti alla pastorizia e alla filatura (vedi pesi da telaio), la cui appartenenza all’ethnos lucano è dimostrata dal nome osco (NOVIOS OPSIOS) graffito in lettere greche sul fondo esterno di due brocche. Nei primi decenni del III secolo a.C., il sito fu bruscamente e definitivamente abbandonato, presumibilmente, perché si trovava sulla direttrice di marcia delle truppe romane, che, muovendo da Thuri, si scontrarono ad Eraclea con Pirro, alleato dei Lucani (Battaglia di Heraclea 280 a.C.).


IL CASTELLO 
A Piano delle Rose (località Castello), che si trova sopra la Marina di Montegiordano, sorge uno 
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splendido castello seicentesco, costruito dai Pignone del Carretto, come residenza invernale e di caccia. Il castello è dotato di vasti locali, una volta adibiti a stalle e magazzini, disposti attorno ad un bel cortile pavimentato a massicciata, con pozzo centrale. Una scala ed un ampio arco a tutto sesto, danno accesso al piano superiore. Poco più a valle del castello, sorge quella che una volta era la cappella gentilizia dedicata alla Madonna del Carmine. Questa cappella, abbandonata perché fatiscente, risale al principio del secolo scorso, e fu ricostruita in seguito allo sbancamento di un’altra precedente, la quale ne sostituiva ancora un’altra. Le diverse riedificazioni, dovute ai continui smottamenti del terreno, hanno portato ad un trapianto topografico radicale per cui l’attuale Cappella del Carmine è stata posta molto più a nord del castello. Nella località Piano delle Rose, alcuni studiosi, propongono di identificare il monastero di S. Anania e il castello di Petra Ceci, nominati in una carta del 1015 relativa ai possessi della chiesa di S. Pietro di Brahalla, presso Oriolo: in tale documento Nicone, monaco e il figlio Ursulo, turmarca di Oriolo, donano a Luca, egumeno di S. Anania, il suddetto castello, perché, in caso di incursioni degli Infedeli (incursioni saracene 916-1048), i monaci ed il popolo vi si possano ritirare. Se così fosse, sul Piano delle Rose, già all’inizio dell’XI secolo, ci sarebbe stato un abitato accentrato attorno ad un castello e a un monastero greco. L’attuale castello seicentesco, quindi, sarebbe stato ricostruito sui resti di quello più antico. Nella sua Cronaca (scritta nel 1695), Giorgio Toscano, ricorda che in questa località, vi era “un castello forte e munito di cui oggi non si riconoscono altre vestigia in fuori di alcune mura dirute”. In un altro passo, egli sostiene che il Castello della Marina, dove i Pignone solevano risiedere in alcuni mesi dell’anno per deliziarsi nelle bellissime cacce di fiere selvatiche “era quasi del tutto diruto, ma poi rifatto e ristaurato dai suoi Posteri”. Purtroppo, il Toscano non dà datazioni, ma, da quel che scrive si evince chiaramente che il castello, esistente all’epoca sua, era stato ricostruito dai Pignone sui ruderi di uno precedente.
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Roseto Capo Spulico in Collina

Roseto Capo Spulico è una cittadina dalle origini antichissime, sicuramente era una delle venticinque colonne della Magna Grecia che gravitavano intorno a Sibari.

In un primo tempo il paese era posto sul colle prospicente al mare ma dall'VIII secolo in poi le invasioni arabe costrinsero la popolazione a spostarsi in una località più lontana.
Nel '900 alcuni monaci Basiliani costruirono nelle vicinanze un monastero intorno cui si trasferì la popolazione, l'attuale “Centro Storico“, a picco sul mare in posizione panoramica.
Il paese acquisì importanza nel periodo normanno quando Roberto il Guiscardo e il fratello si divisero il regno, il confine era rappresentato proprio dalla Porta Roseti.
Già dal 1200 divenne una città fiorente e fortificata con solide mura, torri e con il Castrum Roseti costruito da Roberto il Guiscardo da cui partiva la cinta muraria del paese che ancora oggi è visibile.
Pittoresche stradine con ridenti casette si addentrano nel cuore del centro storico dal sapore arabeggiante, con suggestivi vicoli e le tipiche “Gamie”, gli archi in pietra che, reggendo le scale delle abitazioni, ne coprivano l'ingresso.
Tra suggestivi scorci e antichi palazzi vi è una piazzetta da cui è possibile ammirare uno splendido panorama, che ospita la piccola chiesa di “Santa Maria della Consolazione o dell' Immacolata” costruita nel XVI secolo e di recente ristrutturazione.
A pochi km dal Centro Storico si snoda il moderno agglomerato urbano che costituisce la marina.
Il golfo appare in tutto il suo splendore, dominato dal maestoso castello ben conservato e in posizione incantevole su un masso tufaceo, a picco sul mare, uno degli esempi più belli dell'architettura militare in Calabria, costruito tra il 1220 e il 1260.
La sua posizione dominante sul golfo di Taranto gli conferì una grande importanza strategica per la difesa del territorio dalle numerose incursioni saracene ed è stato poi riadattato nel tredicesimo secolo da Federico II.
È proprio il Castello con i suoi miti e le sue leggende ad accogliere ogni anno sulla spiaggia, una serata speciale di fine estate, che narra appunto la storia di Federico II e che fa parte dei cosiddetti “ PERCORSI FEDERICIANI.

Settore primario
Fino a poco più di un ventennio fa le attività principali di Roseto erano l' Agricoltura e l' Allevamento. Il suolo è abbastanza fertile e abbondano le colture di Vite,Olivo e alberi da frutta mentre l' allevamento è principalmente ovino e viene praticato allo stato brado,talvolta in modo transumante.
Oggi queste attività caratteristiche della zona resistono e costituiscono una buona parte dell' occupazione locale anche se hanno gradualmente lasciato posto al Turismo. Anche la Pesca fino a qualche decennio fa era una delle attività principali. Oggi vi sono ancora delle caratteristiche case di pescatori alla Marina. Attualmente viene ancora praticata in quanto la fauna nelle acque di Roseto Capo Spulico è molto varia e diffusa.

Riconoscimenti
• Bandiera Blu d' Europa dal 1994 al 2004.
• Recensita dal 2000 dalla Guida Blu di Legambiente.
• Tappa della Goletta Verde di Legambiente dagli anni novanta.
• Il mare è classificato come non inquinato dalla Goletta Verde dal 2000.
• È classificata come "Località balneare" dal Touring Club Italiano.
• Rinomata e pluripremiata località turistico-balneare,è nota per il Castello a picco sul mare.
• Cittadinanza Onoraria:HIRH Princess Kathryn von Hohenstaufen M.D.
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Amendolara in Collina

Il nome Amendolara deriva probabilmente dal latino amygdalaria (mandorlai), a causa dell'elevata produzione di mandorle.
am000.JPG In base ai numerosi reperti archeologici ritrovati nella zona, si pensa che il territorio fosse abitato già nel periodo neolitico (6000-4000 a.C.) e che la presenza umana sia divenuta stabile nell'Età Protostorica (3500-8000 a.C.), quando una comunità enotria si insediò nella zona dell'odierno "Rione Vecchio".
Con la fondazione di Sibari da parte degli Achei, la maggior parte della popolazione che abitava l'insediamento protostorico del Rione Vecchio, nel VII sec. a.C. si trasferì nel luminoso e vasto pianoro di S.Nicola. In questo luogo è sorta la città magno-greca di Lagaria, che più in là diventerà Amendolara. Una leggenda narra che Epeo, famoso costruttore del Cavallo di Troia,dopo la distruzione della stessa, colto da una tempesta in prossimità delle nostre coste, promise alla Dea Atena di costruire una città devota alla stessa nel luogo in cui sarebbe sbarcato sano e salvo. La richiesta gli fu concessa così che Epeo la costruì, chiamandola Lagaria. castello.JPGDopo avere subìto la dominazione romana il paese ebbe una fiorente vita religiosa prima con l'attività bizantina, poi con quella circestense, come testimoniano le numerose Chiese e le grotte eremitiche collocate su gran parte del territorio. Con la costruzione del Castello, verso l'anno mille, cominciarono a comparire le Dinastie degli Svevi, degli Angioini, le Signorie dei Della Marra, dei Montalto, dei Cognetta, dei Gambacorta, dei S.Felice, dei S. Severino, dei Caraffa, dei Pignatelli di Cerchiara, dei Pignone, dei Castrocucco, dei Loffredo, dei De Nobili, dei Pignatelli di Bello sguardo ed infine dei Gallerano.
Nel XV sec., sotto la signoria dei Sanseverino, nacquero due illustri scrittori e letterati, Pomponio Leto, fondatore dell'Accademia romana ad indirizzo archeologico, e Facio Patarino.
Nel XVI sec. i Domenicani costruivano il Convento e veniva eretta Torre Spaccata. Per circa due secoli seguirono anni di battaglie tra feudatari e Comune per la conquista dei terreni confiscati durante il periodo feudale. Nel 1700 gli appezzamenti, man mano divenuti vere e proprie "masserie", vennero divisi tra il Demanio comunale e lo Stato, che li vendette agli esponenti delle più potenti famiglie borghesi di cui oggi restano i palazzi gentilizi.
amendolaraold1.pngNel corso del XIX secolo Amendolara fu centro di diffusione delle idee liberali, ma subì anche il saccheggio delle più importanti opere d'arte contenute nelle chiese. Nel 1848 la popolazione, ormai ridotta alla povertà, si ribellò contro i proprietari terrieri occupando le terre comunali di Straface. Miseria e disoccupazione portarono a un consistente flusso migratorio verso l'Argentina e il nord Italia che durò per circa un secolo. Gli amendolaresi rimasti, però, non si arresero e spinsero verso una ripresa economica, politica e culturale. Con la fine della Prima Guerra Mondiale, si assisteva alla ripresa dell'economia agricola e alle colture tradizionali, quali i cereali e le olive, si aggiungeva quella dei piselli che sarà destinata a diventare la più diffusa nel territorio di Amendolara.
Tra gli anni Sessanta e Settanta Amendolara ebbe un notevole sviluppo edilizio e nello stesso periodo si ebbero le prime scoperte archeologiche, grazie alla passione e alla dedizione del Dott. Vincenzo Laviola. La prima campagna di scavo ebbe inizio nel 1967 e ne seguirono altre, grazie alle quali è stato possibile determinare la storia delle popolazioni che si sono susseguite su questo territorio.
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Trebisacce in Collina

Trebisacce è situata sulla costa nord-orientale del Mare Jonio, in Calabria e precisamente nella parte settentrionale della pianura di Sibari.
Il territorio è caratterizzato da una fascia costiera, da terrazzamenti e da colline. Il paese si trova a 77 m s.l.m. e con il Monte Mostarico raggiunge un’altitudine di 774 metri.
Ha una superficie di 26,65 Kmq. Il litorale si estende per 8 km.
Ha una popolazione di 10.000 abitanti.
L’abitato è suddiviso in due zone: quella antica detta, comunemente, Paese (o centro storico), si trova arroccata su un pianoro; quella in basso, detta Marina, è invece, situata lungo il litorale Jonico.
L’antico borgo è circondato da mura innalzate nel XVI secolo per difendere l’abitato dalle incursioni dei Saraceni. Un tempo la cinta muraria, nota come Bastione, era accessibile da quattro porte chiamate San Leonardo, Annunziata, San Martino e Sant’Antonio. E’ definita il “balcone dell’Alto Jonio” e da qui, si può gustare uno straordinario panorama.
Sono visibili le torri Saracena dei territori di Albidona e Villapiana, che, insieme al Bastione e ad altri luoghi d’avvistamento, rappresentavano il sistema difensivo contro i pirati.

Di particolare interesse risulta la Chiesa di S. Nicola di Mira eretta nel 1040 in epoca bizantina e ricostruita, più tardi, in stile barocco, con i tipici cerchi di coppi circondanti la cupola e il campanile basiliano del XII secolo coi caratteristici pennacchi interni.


La parte nuova della cittadina, chiamata ,comunemente, Marina, consiste di buona parte delle case padronali della vecchia Marina di Trebisacce costruite intorno al 1900 e precedente a questa data la costruzione di due Taverne: quella di Pucci frequentata da montanari provenienti dalla Basilicata in cerca di lavoro stagionale e quella dei Chidichimo, con attiguo magazzino, frequentata da lavoratori del luogo.

Veduta area della Piana di Sibari

Nel 1895 venne costruito il palazzo Aletti a scopo balneare, chiamato stabilimento, e che attualmente è sede dell’IPSIA “E. Aletti”.

Accanto alle vecchie costruzioni ,e con la costruzione della ferrovia, altre se ne sono aggiunte cambiando lo scenario del litorale : gli uliveti andavano man mano scomparendo per lasciare spazio ad una richiesta di case sempre in aumento.

Sono nati uffici, scuole, banche, palazzi, negozi, l’ospedale ed è stato costruito un bellissimo lungomare che attualmente misura tre km. e offre uno spettacolo serale particolarmente suggestivo: la magnifica vista del Golfo con le lampare che illuminano la notte.



Veduta dal bastione.






Pontile, foto da lungomare Riviera dei Saraceni .







Cenni storici su Trebisacce
Trebisacce deriva dal bizantino Trapezàkion “piccola tavola”, “mensa” e risulta un chiaro riferimento al pianoro su cui è sorto l’abitato.

Sull’origine del nome concordano storici e linguisti: da Alessio a Rholfs, da Caracausi a Trumper - Di Vasto - De Vita e a Laviola. Trebisacce è menzionato in due importanti documenti del secolo XII: il primo è un atto di donazione datato 1116 con il quale Alessandro di Chiaromonte concesse alla diocesi di Cassano la terra di Trebisacce, il secondo documento è un contratto nuziale del 1196 che attesta il toponimo de Trapezacio e riporta il nome di un cittadino del luogo.

In epoche remote il territorio, per come indicano le testimonianze archeologiche, registra la presenza di insediamenti umani. Di particolare interesse risulta il sito in località Broglio dove è stato portato alla luce un villaggio protostorico e reperti risalenti alla media età del Bronzo finale e della prima età del Ferro.

Con lo stanziamento greco nacque una attivissima rete di comunicazioni tra le varie polis (Sibari, Metaponto, Siri, Crotone, Locri, Taranto). In particolare i nostri antenati, già abbastanza evoluti, trassero benefici dai commerci e dall’influenza che le colonie esercitavano coi loro traffici, le loro abitudini di vita.

La viabilità marittima delle polis fu resa attiva da una fitta rete stradale della quale si conoscono i tracciati di Sibari-Campo Tenese- Lao , Sibari-Crotone, Sibari-Esaro-Belvedere, Sibari-Taranto. Quest’ultima partiva da Taranto , sfiorava Metaponto, Heraclea , Siris e giungeva a Sibari. Fu questa strada che toccava Trebisacce Marina a favorire le fortune di Trebisacce. Il paese possedeva la materia prima , e di ottima qualità, l’argilla della contrada Vitraro, utilizzata nella produzione di mattoni e dai ceramisti: fiorenti erano i laboratori artigianali per la produzione di figuli. Inoltre, la sua eccellente posizione strategica con eventuale ritirata su Monte Mostarico e l’immediata vicinanza al mare, costituiva, come oggi, un punto obbligato e di controllo dell’unica via di comunicazione fra Metaponto e Sibari.

Con la conquista della Magna Grecia da parte dei Romani, vi fu un decadimento economico dovuto a cambiamenti della struttura politica e amministrative della Sibaritide.

La documentazione archeologica del periodo romano nell’area di Trebisacce risulta scarsa.

Del periodo bizantino l’unica nota monumentale è il campanile basiliano e la chiesa di S. Nicola di Mira. In questo periodo il paese comincia a chiamarsi Trapezàkion da cui deriva Trebisacce.

Da allora in poi diventa un feudo e passa da un signore all’altro.

Nel 1576 il paese dovette subire l’attacco di un’armata turca (10.000) ma i trebisaccesi sebbene inferiori nel numero combatterono per tre giorni con coraggio ricacciando gli invasori ; gli aiuti mandati dal principe di Bisignano Bernardino Sanseverino arrivarono solo nella parte finale della battaglia.

Dopo il principe di Bisignano vi fu un susseguirsi di principi, baroni, duchi.

Il riordino amministrativo francese , nel 1807, lo incluse come università (luogo) nel governo di S. Lorenzo Bellizzi. Nel 1814 fu trasferito nel circondario di Amendolara e dichiarato comune autonomo.



Broglio di Trebisacce
Il sito archeologico viene individuato nel 1978 dal prof. Renato Peroni dell’Università “La Sapienza” di Roma. Le attività di scavo iniziate nel 1979 sono attualmente in atto e coordinate dalla cattedra di Protostoria Europea dell’Università di Roma.

Le prime fasi di vita: Media età del Bronzo

I ritrovamenti documentano l’esistenza di un villaggio protostorico, abitato da Enotri, la cui vita si estende dal 1770 al 700 sec. A.C. ,dal Bronzo Medio fino all’età del Ferro. L’abitato venne organizzato su terrazzamenti che ospitavano le capanne, le quali risultano, purtroppo, danneggiate dalle attività agricole successive.



Contatti con il mondo Egeo
Dalla fine dell’età del Bronzo e per tutta l’età del Bronzo recente, le popolazioni locali entrano in diretta relazione con i navigatori micenei. Gruppi di artigiani Egei si inseriscono nelle comunità della Sibaritide , e anche gruppi di Enotri viaggiano verso la Grecia. Sono acquisite nuove tecnologie: per la prima volta in Italia viene utilizzato il tornio per produrre vasi in ceramica depurata e dipinta. Si fabbricano vasi simili per forme e decorazioni alla ceramica micenea vera e propria soprattutto per contenere bevande pregiate. Per la prima volta si utilizzano grandi giare per l’immagazzinamento dell’olio, doli, pithoi, e di derrate alimentari, simili a quelle dei magazzini dei palazzi micenei, deposti dentro magazzini seminterrati. Ciò attesta la coltura dell’olivo nella zona sin da tempi così antichi.

I secondi 500 anni dell’abitato

Con l’età del Bronzo finale cessano i contatti con l’Egeo. L’aristocrazia assume una forte impronta guerriera e cinge l’acropoli di una imponente fortificazione: un muro di pietra ed elementi lignei rinforzato da bastioni, davanti al quale sii apre un fossato largo più di 10 metri e profondo almeno 4, rivestito ai piedi dei muri, con un lastricato a pietrame restaurato più volte.

L’élite aristocratica controllava anche importanti attività artigianali, come, tra l’altro, la lavorazione del ferro: sull’acropoli di Broglio, infatti, è stata portata alla luce una delle più antiche forge, risalente alla fine dell’età del Bronzo. Nell’età del Ferro riprendono più intensi i contatti con la Grecia e l’oriente fenicio: frammenti di coppie dipinte e uno scarabeo sono stati rinvenuti sull’ultimo lastricato del fossato. Testimonianze analoghe provengono dalle acropoli di Torre Mordillo e Francavilla Marittima. Intorno al 710 A.C. i greci imposero il loro dominio su tutta la regione e fondarono la città di Sibari: gli indigeni Enotri furono assoggettati, costretti ad abbandonare i propri villaggi (tranne Francavilla e Amendolara) e a coltivare le terre irrigue per i Sibariti.



Parco Archeologico Broglio


Il parco sarà strutturato in maniera didattica, tale da consentire, la visita ad un villaggio formato da capanne e altre strutture abitative come magazzini e officine da lavoro, sarà lo spaccato della comunità di Enotri che abitava la collina di Broglio nel secondo Millennio A.C.. Il Museo ospiterà i famosi vasi di imitazione micenea, caratterizzata da motivi vegetali stilizzati, i “colossali doli”, i reperti di importazione fenicia. Saranno esposti anche reperti relativi ad altre zone di Trebisacce.


L’ECONOMIA
Gli agrumi sono sempre stati alla base dell’economia locale, ancora oggi esportati in tutta Italia.

Qui viene coltivato un tipo di arancia “ il biondo” che si distingue dalle altre varietà per la tarda maturazione e per la sua succosità. Numerose sono le aziende che operano nel settore agro-alimentare e che utilizzano questo frutto per immettere nel mercato prodotti di prima qualità

Altra attività molto praticata è la pesca: motopescherecci e barche salpano ogni giorno per rientrare a sera carichi di pesce. Il mercato ittico di Trebisacce è un punto di riferimento per tutti i pescatori del litorale.

la rosamarina o sardella o caviale calabrese



Nel Novecento un forte impulso all’economia è stata data dalla costruzione della linea ferroviaria ( fine Ottocento), dalle industrie di laterizie e cemento, nonché dalla funzione del pontile come attracco peschereccio e come approdo per scambi commerciali.

Alle attività agro-marinare si sono affiancate quelle commerciali: sono nati diversi negozi, pubblici esercizi e si sono avviati i servizi per il turismo e la ristorazione. Sono questi i primi segni di cambiamento da un’economia agro-marinara a terziaria.



Negli anni ’80 del secolo scorso si definisce il passaggio a cittadina terziaria: aumentano le scuole superiori, le aziende dei servizi collettivi ( ospedale, società di autolinee).

Nascono alcune attività imprenditoriali:
“Bioagrumi e Solefrutta” azienda di trasformazione e confetture di arance
“Miele Carlicillo” dell'azienda agricola Carmela Tufaro.
“Laboratorio di trasformazione e conservazione ittico” dove si utilizzano i metodi degli anziani pescatori che adoperano sale e peperoncino calabrese per la lavorazione della “nudicella “ nota anche come “rosamarina” , il noto caviale dei poveri.
Aziende di lavorazione delle olive e produzione dell’olio extra vergine di oliva.



I Giardini d’aranci

Gli agrumeti rappresentano la principale risorsa del settore agricolo.

Si trovano nella zona nota come “ vigne” compresa tra la sponda del torrente saraceno, la statale 106 Jonica, il paese di Trebisacce e contrada Marzuca.

Si è conservato il termine “vigna” perché prima della coltivazione degli agrumi (arance, limoni) in quei terreni si coltivava la vite; i proprietari sono i cosiddetti vignaruoli.

La varietà principale del frutto è il “biondo comune” dalle eccezionali caratteristiche organolettiche.

Fino al 1960 la vendita avveniva a migliaia, oggi, invece, si vende a chili oppure a “muzzo” nel senso che la quantità è stimata ad occhio. I campi di aranci si definiscono a “ cozza”; una cozza equivale a 100 metri quadrati.

Gli agrumeti sono attraversati da cunette in cui scorre l’acqua dette lacquari.








Le Manifestazioni
Premio Tersicore - Aprile

Premio di letteratura destinato agli alunni delle scuole di Trebisacce e del Distretto Scolastico.

Giornata UNITALSI - Primavera
E’ dedicata al malato e agli anziani con iniziative di solidarietà.

Estate a Trebisacce - Luglio – Agosto

Kermesse con appuntamenti musicali, danzanti , culturali, teatrali, sportivi.

Premio culturale “ Il Bastione”- Agosto
Si assegna ai cittadini che si sono particolarmente distinti, negli anni, nei vari settori e nella diverse professioni.

Incontro con gli scrittori - Periodo estivo
La Pro Loco organizza dibattiti tra autori calabresi e studenti di Trebisacce.

Festa del Mare- Luglio – Agosto
Si organizza la sagra del pesce e un’estrazione con ricchi premi.





Conferenza su Broglio - Ottobre
Conferenza annuale sui risultati delle campagne di scavo archeologico in località Broglio



Le Sagre

Sagra campestre -19 Marzo
Si festeggia nei pressi della cappella di S. Giuseppe a base di piatti preparati a casa, carni da arrostire sulla brace, varietà di formaggi, salsicce e soppressate, insalata di pomodori e vino in abbondanza. Sono d’obbligo i lupini e le “panittelle” (panini) benedette.



Sagra del pesce - Agosto
Degustazione del pesce azzurro sul pontile e piazzetta del Chiosco. Viene preparato fritto, marinato e arricchito con aromi mediterranei.


Le Fiere

Fiera di S. Leonardo - 6 Novembre
E’ la fiera che propone i prodotti agro-alimentari locali e i casalinghi. Tra i prodotti più venduti, i fichi ( i” serte” e le” tascarelle”)

Fiera di San Rocco - 16 Agosto
Messa e processione nel centro storico. Pomeriggio, processione a mare tra fedeli e barchette. Sera, festa tra musica, intrattenimenti vari e bancarelle.

Mercato

Mercato mensile - ultima domenica del mese
E’ un mercato grandissimo con ogni tipo di articolo che si tiene l’ultima domenica del mese. Compratori e venditori vengono anche da altre regioni.
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